Io, raccoglitrice di simboli,
mi scrivo addosso.

martedì 27 settembre 2011

Rimprovero alla vita, la mia.

Solo la Strada.
Non vali mille anoressie. Non sei nella parola. Non trovi riflesso, nè motivo. Senza nome. Forse antica e anche nuova. Non vali appesa. Neppure con la didascalia sotto alla cornice. Canti da Sirena nel manicomio, da domenica a domenica. Balli nelle prigioni degli occhi altrui. Ti colori di colonne sonore. Impugni un silenziatore che odi. Ti spingi aldilà di una vetrina, per sbattere la fronte. Poi ritorni. Ti volti ad ogni clacson. E non vali nemmeno lo scatto di una palpebra. Nessun teatro ti può contenere. Non hai più giacenze.
Solo la strada.
Dell'Ascesa.
Verso la dissolvenza.

Per me, solo la Strada.
La strada che fa la sabbia in una clessidra più volte rovesciata.
E’qualcosa che tanto non si può dire. Perchè non esiste Condivisione, nella mia realtà.

Neanche a tirare fuori i pollici per farti portare via. Non esiste un azzurro capace di cambiare il colore dei tuoi occhi scuri.
                     Pollici solo da ciucciare.
Nulla di più.
Nessun valore. Nessuna ragione. Sotto il peso di una mancanza.
Nessuna vita.
Nessuna vita se non c’è Condivisione.
Rifiuto reazionario. Il risultato spontaneo di una sottrazione d'amOre.



...la disgrazia di piangere nella pancia del mare.


giovedì 22 settembre 2011





Osservo il mio motivo volare via.
Senza forzare opposizioni.
Il tempo sta per scadere, e ora non vedo perchè dovrei restare.
Nell'eternità dell'etere
solo Tu,
sei e resterai,
la certezza di una mia parte mancante.

venerdì 16 settembre 2011





"La verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli e in immagini. "

- Vangelo di Filippo -







giovedì 15 settembre 2011

Ad ogni deglutizione corrisponde una morte.
Una lasciata.
Una visione di osso in meno.
Punti di vita sgretolati.
Un delitto che non mi posso perdonare.

mercoledì 14 settembre 2011



Opporsi in resistenza verso chi, verso cosa, e perché?
Resistere, insistere, lottare contro cosa? Contro se stessi? Contro i condizionamenti indotti dai rettiliani che spoltroneggiano in parlamento?
E per cosa? Per giungere al risveglio di sé? E una volta raggiunto poi cosa? Alla Pace interiore cosa poi?
Camminare per arrivare dove? E una volta arrivati? Una volta arrivati, camminare ancora e per dove? Scavalcare il muro che finisce una strada?
Fare soltanto le cose che ci piace fare… E perché? Per provare una gioia che poi va via? Per prendere sberle dal sogno nel sonno? E se non mi piacesse far niente, come si fa?
Certamente non includo niente di terreno tra i miei piaceri.
E qualora questa mancanza fosse falsa, come poi tutto il resto, ciò significa che provo gusto per la sofferenza. E perché mai il mio inconscio dovrebbe preferire la dilatazione di un soffrire? Perché mi credo superiore? Perché sono troppo egoista?
La mia ira ed il mio disgusto nei confronti della razza umana, di cui provo pena e non odio, mi hanno portata all’esasperazione e al programma di una soluzione finale contro la mia persona.

La mia sofferenza è dovuta forse a un eccesso di "perché" che ricorda un fare infantile?
Ma quando arriva sto Messìa?
Sto salto quantico?

In tutto sto dilagare di finzioni. Dalla religione alla fisica quantistica. Dall’Arte all’Amore. Che cosa resta?
Niente.
E’ da buffoni. E’ da buffoni insistere nella sopravvivenza.
Se non esisto perché sento sofferenza?
Soffro perché sono Verità.

E quando non è l’Amore? E quando non è l’Amore a parlare più? Quando non è l’Amore a muovermi? Quello incondizionato intendo.
Come si fa a ritrovarlo dentro di sé e a mantenerlo costante, nella fede di un infinito cosmico?
Come si fa a sopravvivere a tutte l’eclissi di me stessa, come quella di ora? Come si fa a restarne presenti e al contempo intatti e centrati? E quando si perde la fede, ogni credo, e la speranza, come faccio a non lasciarmi sopraffare dalle mie ombre, dal mio buio interiore, da quella parte di me scura, polo delle mie scissioni, fino a morirne?

Come si fa a smetterla di saltare in un balzo dall’Amore all’odio?

In un modo o nell’altro lascerò questa vita. In un modo o nell’altro lascerò questa vita. In un modo o nell’altro lascerò questa vita.
Brucerò tutti i miei scritti.
E di tutte le Arti abortirò.
Moriranno con me.
Come se io non fossi mai esistita. Perchè così è.
Non lascerò niente.

Non siete degni.

lunedì 12 settembre 2011

Questo il dono??
Bulimia. Dolori addominali. Emicranie. Abbuffate. Vomito. Autolesioni. Odio. Rabbia. Disperazione. Monotonia. Vuoto. Angoscia. Solitudine. ?
Sentirsi sempre il peso di mille cos’hai?cos’hai?cos’hai? Hai lo sguardo sempre cupo. Lunare. Scuro. Cos’hai che sei arrabbiata? – è il mio sguardo solito - E ridi un po’.
Sono vera. Che schifo ci posso mai fare?
Vi dispiace ricevere un po’ di Verità, nelle vostre menti allucinate?
Vi spiace cosi tanto?
Sono incazzata, si. Perché sono stufa. Perché mi sono spinta bene oltre le mie capacità di sopportazione  perdurate una vita e ora sono giunta al limite. Alla fine del mio io. Il percorso dedito al risveglio di sé, richiede una distanza temporale troppa da sostenere. Io ho chiuso. Ho terminato. Ho terminato io e in concomitanza del mio apparato digestivo.
Iniziare.
Iniziare ora. Per?? Per arrivare dove? E a quale poi?
Non possiedo tecniche di resistenza.

Perché non ci si può provocare un vomito autoindotto di sé stessi?

Prego la Madonna di portarmi via lontano con o senza gli occhi tinti. Urlo il tuo nome, ovunque tu sia. Ti richiamo a me per chiederti di venirmi ad ammazzare. Tu che puoi, e un po’ vuoi, fallo.
Mi è sufficiente una richiesta vocale per saltare dall’altra parte.
Allora? Ci spicciamo o no?

mercoledì 7 settembre 2011

martedì 6 settembre 2011




ANARRAZIONI


E ci sono momenti, come questo, di abbandono. Della dimenticanza di sé nel tempo. In cui gli atti di scrivere e creare mi risultano del tutto nulli e vuoti. Come scrivere bianco su bianco. Come acqua che non bagna.
Potrei, volendo, spostare i miei pensieri altrove. Per esempio qui. Per vivermi l’attimo di ora che realisticamente non può definirsi triste, proprio perché non sto vivendo una tristezza istantanea, per reazione di un evento presente.
Eppure il cuore ricorda. Ricorda bene la tristezza dell’attimo antecedente a questo, e ne resta inspiegabilmente ancorato, secondo una legge cosiddetta di attaccamento, che vorrei vincere.

Fissare all’infinito il vuoto e restare con sé o venire meno producendo profitto dalla creazione?


Perché non ho mai portato a termine un’Arte, da condividere?
Perché non ho mai concluso un testo surreale, un articolo da giornale, un fatto di cronaca, un libro o una sceneggiatura da far leggere?
Perché non ho mai iniziato un percorso? Una scelta? Per paura dell’attaccamento e della delusione di poi? Del fraintendimento? Del rimbalzo di un vuoto?

E’ che non ho voglia di scomunicarmi perché non trovo mai sentite e oneste condivisioni umane. Dalla mia creazione, non traduco quell'unico interessante profitto, di condivisione tra coscienze.

Propriamente detta Anoressia di comunicazione.

Nella frequenza della nostra epoca, i messaggi divini che io cavalco per voi, restano sospesi, o mi tornano indietro come spilli. Come battiti isolati.

Dunque, non vedo ragioni per continuare.

L’abilità nella creazione resta inutile.
Il genio come malato da curare.
Una idea esiliata.

Tutto questo mio mal dire, per via di stamane. A destra, sotto il cielo, la solita sfilata di cgil & co. A sinistra, all’interno di un edificio anonimo, facce viziate per cui mi presto con finzione.
Io il vetro. La separazione. Io la verità. Trasparenza sofferta. Loro il mio riflesso. Due facce di uno stesso vetro. Io, la luce. Io, la solitudine.

Io, la sconfitta.

lunedì 5 settembre 2011




Quale castigo peggiore di due Baci legati intorno al torsolo...?





???

Fase maniacale in corso. Fase maniacale in corso. Fase maniacale in corso.
Mi alzo. Mi siedo. Tampino a caso lettere sparse guidata da un impeto senza nome nè confine. Mi alzo. Mi siedo. Giro le caviglie. Sbuffo. Cerco di concentrare il flusso. Si espande troppo. Mi pervade. Mi sento sanguinare il cervello. Decido di spruzzare inchiostro a impulso. Se mi contengo muoio. Tutte le volte una emergenza. Mi spingo indietro con la sedia girevole. Mi ritiro. Mi trascino in avanti per continuare. Mi innervosisco perchè non riesco a concentrarmi per trovare un pensiero logico da trascrivere ora. Graffio la scrivania con una violenta penna rossa. La spacco in due. Sbuffo. Sfiato. Siedo. Vorrei urlare. Vorrei scarabocchiarmi sulle braccia. Bevo acqua a fiotti. Ingoio cose. Sono al lavoro, mi devo calmare. Mordo le mani ora viola per trattenere un grido. Mi alzo. Saltello dentro allo spazio angusto. Telefono. Sbatto le cosce sulla scrivania. Mi tiro. Le tiro. Mi prendo a pugni le gambe. Voglio uscire. Ho la testa piena. Di voci. Di arie. Di buchi neri. Vedo tende storte che non mi alzo a sistemare. Faccio una treccia. Corro su per le scale. Torno giù. Sciolgo la treccia. Li tiro su. Mi tiro su. Sogno. Sfioro. Mi allontano da te come posso. Mi mordo le labbra. Poi un braccio in tuo ricordo. Mi alzo. Esco fuori. Ritorno. Mi chiudo dentro. Voglia di spaccare. Cose o qualcuno. Mi gira la testa. Lascio andare le dita. Posseduta. Posseduta. Posseduta. Decido di portarmi qui per testimoniarmi. Per valutarmi col senno di poi, quello solito della tristezza. E vorrei urlare. E vorrei lanciare vernice gialla, a secchiate, contro il vetro. Orbite. Sento gli occhi uscirmi fuori dalle orbite. Sbavo. Giro le pupille. Spalanco gli occhi. Cerco di tenermi a freno. Sono al lavoro. Lascio correre parole, io vittima di una forza creatrice bambina. Ingenua. Spensierata. La rivolta del cuore. E' in corso. In corso ora. La rivolta. La guerra mondiale a parole contro la fisica identità. Mi odio. Non ci sto. Non c'è spazio. Voglio uscire. Esco dagli occhi. Esco dalla bocca. Forse dai polsi. Mi odio. Mi amo. Ti amo. Pensiero. Mi freno. Mi tasto. Sono troppa. Bendata fasciata ciclotimica sbucciata. La chiamavano mania da disturbo bipolare. La chiamavano giustificazione. La chiamavano urlo. Urlo di vita. di presenza. di Amore. La chiamavano follia. Rabbia. La chiamavano caratteristica. Dono. La chiamavano indaco bambina. La sfigata. Quella strana. Quella lì. La chiamavano che oggi muore. Lei che mai si gira e mai risponde. La chiamavano. Toccò il fuso illusa trovando la scusa e cadde come corpo morto cade, lei nella sua stessa tempesta, di soli ornati e finzioni.

sabato 3 settembre 2011

Coronare i propri sogni prima di morire.
C'è chi sfuma l'ultima sigaretta.
Io mi sfamerei con l'ultima cioccolata.
E realizzare i propri sogni prima di morire.
Presentarsi dall'altra parte coi capelli color arcobaleno e la frangetta corta. Senza il peso dei vestiti.
E mi sovviene un pensiero:
Perchè aspettarsi sull'uscio, nel penultimo, per farsi viola e di tutti i colori?
Sono in vita.
Io ci sono. Sono qui.
Devo sempre ricordarmelo.
Ricordarmi del progetto.

Misà che lascio.
Per un piano superiore: la voluttà delle emozioni.
Sento grave.
Reciti con eccellenza tutto quello che io vorrei.
Sei tutto quello che io vorrei. Sei tutto il mio contro. E stai per andare.
Cosa faccio!? Salgo anche io sul palcoscenico per concedermi il tuo amore?? Per immedesimarmi nel ruolo dell'innamorata che il tuo copione decide?
Ti odio.
Perchè ti amo.
Perchè voglio Te.
Quell'amore che sopprimi.
Perchè voglio fare mia la negazione che hai di Te.

Tenere lontano da fonti di calore.


Ho voglia di incontrarti. Stanotte. Un'ultima volta.
Per prenderti a colpi di baci prima di cadere lontano. 
Per cavarti un sentimento che non c'è. Di infilarti due dita negli occhi che reciti, mentre ti rubo il respiro col mio veleno. Di baciarti fino a farti smarrire e poi pentire




In caso di contatto con gli occhi, lavare immediatamente e abbondantemente con acqua di
_lourdes.




Anche io sono ottimista. Tant'è che ho dei parapendii poco sotto le ascelle.






Devo ricordarmi di comprare piatti da spaccare.







giovedì 1 settembre 2011

Sto godendo o sto agonizzando di glucide apparizioni a catena, simili a Madonne vestite di edera e paillettes.
Sono le 17.00 e mi sento su di giri. Sono su di giri.
Quasi come ieri sera. Qui dentro cominciamo ad essere in troppi. 171 centimetri di nervi o emozione? Mi sento un fluire satinato senza occhi e mi sto domandando se gli altri mi vedono, ora, oppure no. Prendo saluti con ricevuta di ritorno, e questo mi fa pensare che io sia ancora qui con voi.  Mi cerco. Mi cerco per vivermi e mi ritrovo appesa ai punti interrogativi. Continuo a perdermi.
Altro che la pianta rampicante di prima! Sono una tempesta acquatica che si sposta in volo. Viola di ematoma. Una sirena del cielo che si getta sull’amo di un amore, per avventura.
Sono le 18 e io continuo a girare. A farlo dentro la testa. E mi vedo sanguinare perché sbatto all’impazzata contro spigoli di pensieri in contrasto.
Come posso fare per risolvermi o venirmi incontro?
E piangerò ancora dopo questa mia ciclotimica andatura di parole… Perché non resterà niente. Mia conosciuta condanna, effetto di una esigenza vitale. La scrittura sta a me, come l'embrione morto di un volgare sesso occasionale.
Perché nessuna realtà mi basta mai? Perchè nessuna grandezza che mi misuri? Perché svolgo smorfie d’imbarazzo nel pubblico, senza nascondere il sopracciglio traverso? Perché non c’è un versetto che mi denoti?
Tutte le canzoni rock, ma proprio tutte, incapaci di accompagnare il mio sfogo reazionario. Sfuoco da seduta e non posso neppure slentarmi i bottoni. Nessun sapore alto abbastanza per le mie papille regali. Soffro. Soffro tutte le volte trasformazioni che non so gestire. E sempre di più mi sento separata. Unanime nella follia. Io stessa impressionata e impreziosita. Senza codice di avviamento postale e senza gruppo sanguigno. Il lamento di mille assenze. Un  talento nello spreco. Una cuoca petulante che sfama gli inetti.
“Prego. Tovagliolo a destra. Piatto al centro. Forchetta in testa e coltello in pieno petto!”.
E prima la testa. Fronte troppo alta e un neo nel mezzo che distrugge. Ho tutti i sintomi di una morte apparente.
Ma dove cazzo sono?
Sono le 18.37 e sono ancora qui a puntarmi sta revolver in testa. Perché non alzo la cornetta per chiamarlo? Perché questa preferenza dialettale? Mi sento invasa. Ma da chi? Ogni tanto mi si rompono gli argini dentro, e il nucleo fuoriesce, come una lava a bruciarmi tutta. Come posso dare la colpa al secondo caffè delle 12 per questo mio stato così tanto alterato? E l’alterazione mi travolge su tutti i fronti. Mi sento amplificata in tutto. Nella mente, nel movimento e nelle emozioni.
E preciso una fame zero. Un appetito mille. Un desiderio che sanguina sul nascere. Un desiderio consapevole. Un cadavere partorito in tavola.
Torna. Torna in te.
Torna qui e ora.
Una forza che non produce. Un potere questo, che mi uccide.

Questo mio esordire poi, credo si manifesti più di frequente, nei giorni in cui non faccio del nutrimento un veleno. Nei giorni di non (ab)buffa-azione.
Vorrei poter sporcare nasi altri con la farina della mia cucina, senza subire punizioni. E vorrei smettere di pensare a dei vorrei. Vorrei smettere di urlare che vorrei. Vorrei.
E’ il momento di sfiatare.
Lascio, ma resto percossa.

Come dice un verso di Piero Pelù: …

...............................................e giro di notte con le anime perse.